Strage di Capaci: la lunga marcia della memoria

I numeri a volte raccontano la storia meglio di qualunque parola perché danno il senso concreto di ciò che è accaduto e si trasformano, a loro volta in parole. È il caso di Capaci, o meglio della strage di Capaci.

E allora leggiamoli insieme questi numeri: 15 sono i quintali di esplosivo utilizzati nell’attentato, una quantità impressionante; 5 i morti dilaniati dal tritolo: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, 23 i feriti sopravvissuti alla strage.

Altri numeri sostengono la memoria di quel giorno il 23.5.1992, 27 anni fa; ma nelle menti e nelle cerimonie ricorre anche un altro numero, l’ora in cui gli assassini premettero il telecomando dell’innesco: le 17,58.

Poi ci sono i numeri che pochi conoscono e ricordano come ad esempio il numero del contachilometri della macchina della scorta; i tre agenti furono scagliati a cento metri di distanza dentro la loro croma blindata, la Quarto Savona 15; tra le lamiere fu ritrovato il contachilometri fermo a 100.287.

Questo insieme di numeri creano nella nostra memoria e nella memoria collettiva volti, gesti, momenti diventati patrimonio dell’intera società civile del nostro Paese che oggi ricorda cinque servitori dello Stato assassinati dalla mafia.

Gli eventi legati alla manifestazione “#PalermochiamaItalia” porteranno, sui luoghi simbolo di Palermo, 70.000 studenti che, da tutta Italia, verranno a rendere onore a queste persone.

E alla fine questo è il numero che conta di più, il numero del futuro e della legalità.

Vicenza: giornata ricca di impegni per il capo della Polizia

È iniziata a mezzogiorno la cerimonia di intitolazione del parco Dueville di Vicenza all’agente scelto della Polizia di Stato Alessandro Fui, deceduto in servizio il 13 febbraio 1986 per mano di una banda di rapinatori in fuga.

Il gruppo di criminali rapinò un laboratorio di oreficeria di Sandrigo (Vicenza), e per farlo i malviventi presero in ostaggio, minacciandoli con un revolver, un fucile a pompa e uno a canne mozze, il custode con la sua famiglia, uno dei proprietari e un’ottantina di operai. Dopo essersi impadroniti di un bottino del valore complessivo di circa due miliardi di lire, i rapinatori si diedero alla fuga sulle strade tra il Veneto e la Lombardia, inseguiti da polizia e carabinieri.

Dopo una prima sparatoria, senza conseguenze per nessuno, la Bmw dei fuggitivi incrociò la volante con a bordo l’agente scelto Alessandro Fui; i criminali spararono all’impazzata verso i poliziotti e Alessandro, all’epoca 26enne, venne colpito alla testa da un proiettile che lo uccise istantaneamente.

Il capo della Polizia ha partecipato alla cerimonia accompagnato dal questore di Vicenza Bruno Failla, e dalle principali autorità della provincia.

Nel suo intervento il prefetto Gabrielli ha sottolineato che “Quando le comunità ci vivono e ci sentono non come qualcosa di altro rispetto a loro, qualcosa di lontano, ma ci vivono come espressione vera e profonda di un territorio, credo che questo sia il compimento e la ragione del nostro essere sul territorio”.

Poi ha aggiunto: “Per noi i nostri caduti sono presenti, sono il memento, sono coloro i quali, prima di noi, e meglio di noi, ci hanno indicato una strada e il modo di percorrerla, con abnegazione, sacrificio e dedizione, e quindi non potremo mai essere sufficientemente grati ai nostri caduti”.

Infine il capo della Polizia ha concluso dicendo: “Ogni volta che non ci sentiamo all’altezza della missione che ci è stata affidata dobbiamo pensare ai nostri caduti, a chi ha dato la vita e con il proprio comportamento rappresenta un esempio per noi e per gli altri. Ecco perché queste cerimonie hanno un significato, perché chiunque passerà nei giorni futuri in questo parco, incrociando il nome di Alessandro, ricorderà che dietro quel nome, quel cognome, c’era un cittadino di questo Paese che con onore e disciplina ha servito il Paese fino al sacrificio della vita”.

Dopo lo scoprimento della targa di intitolazione, c’è stato un breve concerto della Banda musicale della Polizia di Stato, terminato con il nostro inno nazionale “Il canto degli italiani”.

Nel primo pomeriggio, nell’aula magna “Fui – Giazzon” della caserma Sasso, il prefetto Gabrielli ha incontrato il personale della Questura e delle specialità.

Alle 16.30 il capo della Polizia si è recato a palazzo Bonin Longare, dove, all’interno della sala conferenze, ha partecipato alla quindicesima edizione del “Festival biblico”.

All’evento dal titolo “Perché abbiamo paura. Alla soglia del ragionevole e delle fake news”, moderato dal giornalista Alberto Chiara, è stato affrontato il tema di come distinguere ciò che è reale da quello che non lo è.

Aiutini per diventare italiani, 7 arresti e 12 denunce con l’indagine “Codice K10”

Precedenti penali, reddito insufficiente, mancanza di residenza, sono alcune delle cause ostative che impediscono a uno straniero di acquisire la cittadinanza italiana; per questo motivo molti si rivolgevano a un’organizzazione criminale, in grado di far “magicamente” sparire dalle pratiche, le “macchie nere” che impedivano l’avanzamento dell’iter amministrativo.

Durante l’indagine denominata “Codice K10” i poliziotti del Servizio polizia postale e delle comunicazioni, hanno arrestato sei persone ed eseguito 19 perquisizioni nei confronti di tutti gli indagati, interrompendo così l’attività di un gruppo criminale specializzato nella corruzione per il rilascio della cittadinanza italiana.

Complessivamente sette persone sono indagate per il reato di corruzione mentre 12 per favoreggiamento reale. Nel corso delle perquisizioni sono stati trovati e sequestrati circa 135mila euro in contanti, probabile provento delle attività illecite.

Nello specifico le persone coinvolte nell’indagine sono state denunciate in stato di libertà per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, favoreggiamento, detenzione abusiva di codici di accesso a sistema informatico, accesso abusivo al sistema informatico Sicitt (Sistema informatizzato cittadinanza italiana) del Dipartimento libertà civili ed immigrazione del ministero dell’Interno, utilizzato per l’istruttoria relativa alle pratiche per la concessione della cittadinanza italiana a firma del presidente della Repubblica.

Le attività di analisi e verifica informatica sono state svolte dagli specialisti del Centro nazionale anticrimine informatico per la prevenzione delle infrastrutture critiche (Cnaipic), che hanno analizzato più di 1.500 pratiche sospette per l’ottenimento della cittadinanza italiana.

Tutto ruotava intorno alla figura del leader dell’organizzazione, un’assistente informatico dipendente del Dipartimento libertà civili ed immigrazione, che si era impadronita dei codici di accesso dei dirigenti.

In questo modo la dipendente del Ministero accedeva al sistema informatico gestionale delle procedure istruttorie, cancellando le cause ostative al proseguimento della pratica, determinando così la positiva conclusione dell’iter per la concessione, da parte del presidente della Repubblica, della cittadinanza italiana.

Il prezzo dell’intervento variava in base al livello del problema da sanare, e poteva anche superare i mille euro, che venivano ripartiti tra i membri dell’organizzazione.

Il gruppo si avvaleva dell’attività di alcuni procacciatori di clienti, tra i quali diversi titolari di agenzie per il disbrigo di pratiche e servizi per cittadini stranieri.

I contatti con la dipendente ministeriale avvenivano con la massima riservatezza, utilizzando sistemi di comunicazione cifrati e telefoni dedicati solo a quello.

Solo le intercettazioni ambientali hanno permesso di documentare il passaggio di denaro e di pratiche, individuate attraverso il codice K10, generato dal sistema Sicitt al momento dell’inserimento dell’istanza.

Nel periodo dell’indagine sono state accertate più di cento pratiche irregolarmente portate a termine e validate, per le quali è in corso di perfezionamento l’iter di revoca dello status giuridico di cittadino italiano.

Polizia ferroviaria: il rugby per diffondere la sicurezza

Sensibilizzare i giovani al rispetto delle norme sulla sicurezza ferroviaria attraverso i valori dello sport, è questa la missione delle “Feste del Rugby” iniziative promosse dalla Polizia ferroviaria, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e la Federazione italiana rugby per sensibilizzare i ragazzi al rispetto delle regole  nell’ambito ferroviario. 

Dopo il successo degli anni scorsi, parte la quarta edizione, e oggi e domani è la città di Ancona ad accogliere il primo appuntamento. Oltre 1600 atleti, dai 12 ai 16 anni si sfidano presso i campi della Cittadella Sportiva delle Palombare. Stamattina c’è stata la cerimonia di apertura dove le delegazioni regionali hanno sfilato tutte insieme.

È prevista anche la partecipazione di atleti della Nazionale Rugby e delle Fiamme oro Rugby.

Durante le due giornate non mancheranno i momenti di “educazione alla legalità” attraverso giochi a tema sulla sicurezza ferroviaria, la visione di filmati e la distribuzione di materiale divulgativo da parte del personale della Polizia ferroviaria e dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie presso gli stand allestiti per l’occasione.

Ricordiamo che i giovani sono sempre di più vittime di incidenti, mossi spesso dalla inconsapevolezza dei pericoli presenti in ambito ferroviario: sono 13 lo scorso anno i minori di 20 anni che hanno perso la vita o subito lesioni gravi a seguito di investimento.

Matrimoni falsi: 9 denunce a Viterbo

Donne compiacenti che prendevano compensi tra i mille e i duemila euro per compiere matrimoni falsi. Tutto finalizzato a far ottenere la carta di soggiorno a cittadini extracomunitari.

Per questo motivo i poliziotti della questura di Viterbo hanno denunciato nove persone. Il reato contestato è quello di indotta falsità ideologica del pubblico ufficiale in atti pubblici.

L’attività d’indagine si è incentrata su alcune richieste di carta di soggiorno con validità cinque anni, segnalate dall’Ufficio immigrazione in relazione a tre matrimoni che erano stati celebrati nel comune di Civita Castellana (Viterbo).

Da alcuni approfondimenti fatti dai poliziotti, dalle testimonianze di alcune persone e dall’esame dei documenti è emerso che a organizzare i matrimoni di comodo erano due pachistani.

Uno dei due uomini, già al centro di un’indagine del 2014 per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aveva il ruolo di dare ospitalità e un impiego fittizio ad una cittadina polacca; l’altro, ideatore ed organizzatore di altri due matrimoni, è risultato anche essere testimone di nozze nell’atto dello stato civile e costante punto di riferimento per l’assistenza logistica ai connazionali coinvolti. I due fornivano tutta la documentazione necessaria a perfezionare le unioni coniugali.